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Storia: La nascita del Truccatore

Dal Teatro al Cinema

Antica è la pratica che consiste nell’uso di particolari sostanze per decorare e dipingere il volto o parti del corpo, sia che si parli di un’azione legata a pratiche abituali, sia per un uso prettamente estetizzante. Proprio dai rituali dei popoli primitivi, ma soprattutto del mondo classico, si generarono le prime rappresentazioni che col passare del tempo sfociarono in opere teatrali vere e proprie.

I primi camuffamenti realizzati in teatro prevedevano soltanto la colorazione del viso, ad esempio il bianco per l’interpretazione di una divinità, attraverso l’uso della biacca (o bianco di piombo, un pigmento inorganico costituito da carbonato basico di piombo), il rosso del minio (ossido di piombo di colore arancione) la polvere nera di antimonio ecc. Successivamente per esigenze sceniche quali la distanza tra gli attori ed il pubblico e l’interpretazione di più personaggi a carico di una sola persona, venne introdotta la maschera (attribuita probabilmente a Tespi, creatore della tragedia) che dava la possibilità allo spettatore di individuare subito il tipo di personaggio in scena e facilitare la comprensione dell’opera stessa.

L’uso della maschera si perse nel tempo poiché si riconobbe l’importanza dell’espressività facciale e di quelli che potevano essere elementi caratterizzanti di un personaggio, limitati appunto dalla maschera stessa. Durante il Rinascimento, gli attori erano creativi e pieni di risorse in materia di camuffamento, usavano la lana di agnello per le barba e la farina come base per il viso. Col passare del tempo notevoli furono i progressi nella tecnologia dell’illuminazione scenica, in origine si utilizzavano candele e lampade ad olio che producevano una fievole luce, e di conseguenza il trucco applicato era più rude e meno realistico; con l’avvento dell’illuminazione a gas e la luce elettrica, nacque la necessità di nuovi materiali per il trucco e tecniche di applicazioni più abili.

Nel 1873, Ludwig Leichner, un cantante d’opera, iniziò a produrre un cerone in stick non tossico, facilitando l’applicazione del maquillage. Attraverso l’uso del trucco, nello specifico di luci ed ombre, i tratti del viso di un attore potevano essere modificati. Pertanto, considerando sempre la distanza tra palcoscenico e pubblico e la conseguente difficoltà di percepire i tratti somatici del personaggio rappresentato, questi dovevano e devono essere tutt’oggi marcati con molta decisione, il cui esito finale visto da vicino risulta spesso grottesco. Se il makeup trova ampio spazio nell’ambito teatrale, è col cinema che cresce e si evolve.

Tuttavia la cinematografia delle origini, fatta di inquadrature fisse, somigliava al teatro e di esso ne utilizzava i testi; osservando alcune caratterizzazioni di personaggi appartenenti al cinema muto si può notare come il trucco fosse ancora legato al palcoscenico.

 

Un’ interpretazione teatrale di Mefistofele, diavolo del folklore tedesco. Il trucco molto evidente, si concentra anche sull’applicazione di posticci ed unghie finte per rendere il personaggio ancora più caratterizzante. La forma delle sopracciglia, a punta, spigolose come anche i baffi e la barba sul mento, un naso quasi aquilino, tutti elementi che richiamano il cliché di un personaggio cattivo.

 

The Haunted House con Buster Keaton, 1921. L’attore che interpreta il diavolo ( non è Keaton ) ha un trucco più grottesco e meno spaventoso, in quanto si tratta di un film comico.

 

Faust (F. W. Murnau, 1926). Una rivisitazione più malefica di Mefisto, il quale privo di barba presenta ugualmente un sopracciglio a punta slanciato verso l’alto però ridisegnato a mano, accentuato da una sfumatura di colore a partire dalle narici del naso fino al sopracciglio.

Ciò nonostante, le rappresentazioni sullo schermo hanno portato all’introduzione di nuovi parametri per quanto concerne il make-up. Gli attori provenienti dal teatro che venivano assunti per lavorare nei film possedevano una vasta conoscenza del trucco scenico, ma presto si resero conto che applicare il trucco sullo schermo era davvero differente dal farlo per il teatro.

Nessun artista, a seconda di quale fosse la sua esperienza, poteva entrare per la prima volta nel “silent drama” con una conoscenza completa, per cui dovettero far proprie una serie di nozioni essenziali, fino a maturare un cambiamento nella tecnica del trucco. Il primo tra i tanti problemi legati allo schermo per quanto riguarda il make-up era la pellicola stessa.

Grazie a V. Trezza

<p>Fotografia e make up, sono gli elementi cardine del percorso trasversale e dinamico che, sin da giovane, ha segnato l’animo di Antonio Ciaramella. Se le sue origini partenopee gli hanno conferito l’arte del parlare romantico, la sua determinazione l’ha portato ad inseguire costantemente la bellezza.</p>

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