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Storia: Il primo Fondotinta Cinematografico

In un primo momento alcuni attori, principalmente uomini, rifiutarono l’uso di prodotti cosmetici nell’ambito cinematografico, ma con il passare del tempo tutti, se non la maggior parte, si convinsero a provare. I primi interpreti del grande schermo dovettero lavorare con quello che avevano a portata di mano, il che generalmente significava utilizzare prodotti grassi e polveri. Coloro che erano in possesso di un buon colorito di pelle, potevano limitarsi ad applicare una crema emolliente o comunque una base grassa miscelata con una polvere colorata, ma per la maggior parte degli attori era indispensabile l’utilizzo del “Greasepaint”, riconosciuto da noi come cerone.

Dato che le esigenze sullo schermo diventavano sempre più alte, si preferì utilizzare tale prodotto in maniera leggera, senza creare stratificazione, fino a che la pelle non appariva il più naturale possibile dando come risultato una superficie perfettamente liscia e di una tonalità leggermente più chiara rispetto a come il prodotto si presentava nella confezione.

Era molto importante che il cerone venisse sfumato accuratamente, non solo per garantire una giusta copertura anche sulle orecchie e sul collo, ma per evitare linee nette e rossori che sarebbero risultati più evidenti con la tipologia di pellicola del tempo:

«Assicurarsi che il fondotinta sia applicato uniformemente, zone di pelle non coperte accuratamente appariranno come buchi neri sullo schermo»

( Helena Chalmers, The art of make-up, for the stage, the screen and social use, D. Appleton & Co., New York 1925)

Significativo ancora una volta la pellicola di D. W. Griffit, Nascita di una nazione (1915), ambientata al tempo della guerra di secessione americana nella quale viene narrata la contrapposizione tra nord e sud attraverso l’esempio di due famiglie; la tematica comunque storica si sviluppa sui diritti dei cittadini neri. Per tal motivo nel film sono in effetti presenti attori di colore, ma per la maggior parte non si trattava altro di attori bianchi ricoperti da trucco.

L’applicazione finta viene comunque rivelata non solo dai tratti della persona, ma anche da una stesura non omogenea del prodotto, rendendo il viso quasi macchiato fig. [ 3 ] e [ 4 ].

L’immagine [ 5 ] mostra il personaggio Silas Lynch, che nel film interpreta un uomo mulatto. Deduco, dalla colorazione non omogenea della pelle, che i casi siano in effetti due: da una parte mi viene da pensare che il personaggio non dovesse essere per esigenze di copione troppo scuro, dall’altra suppongo invece che la base non sia stata applicata uniformemente in modo volontario oppure evitata del tutto la sua applicazione per avere questo colore.

Altro prodotto indispensabile per queste pellicole era la cipria, la cui scelta del colore e la cura nell’applicarla erano ugualmente importanti. La polvere veniva applicata su tutto il viso con movimenti delicati ma decisi tramite un grande piumino, e si uniformava perfettamente con la base.

Le tonalità dei prodotti grassi e delle polveri scelti dagli attori dipendevano dalle condizioni di ripresa, dal personaggio da interpretare e anche dai gusti personali. Di solito le donne prediligevano una tonalità più chiara rispetto agli uomini (così come anche le maschere del teatro greco che venivano rappresentate con una carnagione chiara per il sesso femminile e più scura per quello maschile), in quanto rispecchiava le condizioni sociali dell’epoca, ma anche perché molte attrici ritenevano che così sarebbero sembrate più giovani.

Da subito sorse una nuova problematica, gli attori sostenevano che il cerone limitasse le loro espressioni facciali, per tal motivo alcuni prediligevano solo la cipria o passarono all’utilizzo del “Supreme Greasepaint, noto anche come cerone flessibile, ideato da Max Factor intorno al 1914, che consisteva in un prodotto in crema formulato in dodici colori ed ottenuto dalla miscelazione di pigmenti in una base di oli vegetali; questo venne propagandato come primo makeup ideato per l’industria cinematografica. Tuttavia non è possibile sapere con certezza in quali film gli attori ne abbiano fatto uso.

I primi interpreti del cinema dovevano truccarsi da soli (la figura del makeup artist si è evoluta successivamente, proprio grazie all’industria cinematografica), per cui dovevano sapere come sarebbero apparsi una volta sullo schermo, al fine di raggiungere il risultato migliore e usando i prodotti nella maniera più appropriata. Era quindi importante per loro saper scegliere la giusta tonalità, e di conseguenza capire come si sarebbe mostrata una volta convertita al bianco, grigio e nero della pellicola ortocromatica. Naturalmente, la giusta scelta era assistita dall’ausilio di tecnici del set, da alcune prove fotografiche e tanta pratica.

Il colore maggiormente usato era il rosa, ritenuto una tonalità più o meno vicina a quella della carnagione, ma anche il giallo chiaro veniva considerato ugualmente adatto. Alcune testimonianze sembrano affermare di come il viso venisse prima completamente sbiancato, poi tinto di giallo in modo da distinguere facilmente ogni colore applicato successivamente, ed anche per far apparire il volto bianco ma non troppo abbagliante, cosa che sarebbe accaduta se non si fosse applicato un colore caldo.

Nei casi in cui la pelle rifletteva molta luce, si ricorreva ad una tonalità più scura per ristabilire il giusto equilibrio con gli altri personaggi sulla scena. Per quanto riguarda le polveri, quelle teatrali non erano ammesse, o meglio si prediligevano ciprie create appositamente per i set cinematografici, e le colorazioni adatte erano sempre quelle rosee o giallastre. Non dimentichiamo che per il tipo di pellicola, la grande probabilità di una base tendente al blu non era totalmente da escludere, anzi molte sono le testimonianze che lo confermano.

Numerose furono le obiezioni all’utilizzo del giallo, soprattutto perché una volta che l’attore usciva dal range dell’illuminazione artificiale, poteva essere oscurato dalla forza diretta della luce naturale, per cui appariva immediatamente scuro o nero. Significativa una scena tratta dal film La Vampira (Frank Powell, 1915) interpretato da Theda Bara, la quale effettua dei ritocchi davanti allo specchio sicuramente con un cerone Nel film, interpreta una donna misteriosa e seducente che abbandona i suoi amanti dopo aver distrutto le loro vite, proprio per questo ruolo credo che si aveva maggiore interesse nello scurire sopracciglia ed occhi, infatti alcune testimonianze sembrano affermare che l’attrice avesse usato del kohl per rendere il suo sguardo più intenso. Le labbra sono accentuate in prossimità dell’arco di cupido e assottigliate vicino la commessura labiale.

<p>Fotografia e make up, sono gli elementi cardine del percorso trasversale e dinamico che, sin da giovane, ha segnato l’animo di Antonio Ciaramella. Se le sue origini partenopee gli hanno conferito l’arte del parlare romantico, la sua determinazione l’ha portato ad inseguire costantemente la bellezza.</p>

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