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Trucco per L’uomo che ride il padre di Joker

Nel 1928 uscì in America un film che credo abbia ispirato molti ruoli a seguire fino ai giorni nostri, L’uomo che ride (Paul Leni) tratto dall’omonimo romanzo di Victor Hugo e intrinseco dei valori del cinema espressionista. Ambientato nel 1690 un bambino di nobile origini viene sfigurato alle labbra in modo da sembrare contratte in un sorriso e grazie a questa sua smorfia artificiale che diventa un clown famoso.

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Nelle scene in cui egli non deve interpretare il clown il suo volto rimane comunque quello di un giullare a causa del sorriso, così credo, che per dare una netta distinzione si è adoperato come base un cerone di una tonalità non troppo chiara, infatti sulla pellicola il colore dell’incarnato è molto vicino al grigio.

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Si può constatarlo subito in un’immagine in cui è vicino a Dea, la donna amata. Gli occhi comunque sono contornati di nero, anche perché rappresentano l’unica parte in grado di comunicare i suoi veri sentimenti, in modo da non sembrare meno evidenti a paragone con un enorme sorriso che cattura l’attenzione, il quale sembra sia stato realizzato grazie a una protesi di denti e ganci metallici che tiravano indietro gli angoli della bocca Nella foto in basso è raffigurato nel momento in cui deve entrare in scena, costretto a truccarsi il volto di bianco.

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Le immagini lo rappresentano simultaneamente in una scena con un aspetto allegro [ foto 1 ] e nell’altra con uno sguardo triste [ foto 2 ]. La base è estremamente compatta ed uniforme anche su collo, orecchie e sopracciglia (per cui doveva essere molto stratificata) perché funge da elemento principale insieme al sorriso per l’identificazione di un clown.

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Gli occhi restano semplici se non per l’applicazione di una matita nera, le labbra rese ancora più scure e la ruga espressiva naso-labiale evidenziata da due sottilissime linee, in modo da incorniciare e dare ancora più carattere alla “smorfia”. Un trucco fuori dagli schemi se si osservano alcuni clown suoi colleghi presenti nel film, che seguono una sorta di stereotipo, ma soprattutto devono ricreare un sorriso beffardo che per natura non hanno, come sottolinea la frase:

“What a lucky clown! You don’t have to rub off your laugh”

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Il trucco naturalmente appare grottesco, propriamente teatrale in quanto rappresentazione di artisti ambulanti (da non dimenticare che l’epoca è il 1690). La seconda foto inoltre, mostra la scena in cui il clown rimuove il trucco per cui era impossibile che avesse prodotti applicati sul viso, di conseguenza la sicurezza di come appariva un volto nudo dinanzi alla pellicola e nelle raffigurazioni di seguito riportate si può notare anche il distacco col collo sul quale resta ancora un’ ombra di colore.

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Di fianco un’immagine in collegamento con la prima, mostra la stessa cosa su un personaggio del popolo inglese, che per il suo ruolo era più appropriato un aspetto al naturale con probabile applicazione sul viso di un prodotto grasso che lo rendesse lucido. Due le tipologie femminili presenti nell’opera, completamente opposte come identità e per questo raffigurate in diverso modo. La prima, Dea, emblema d’amore, visione candida della donna dovuta anche alla sua cecità, viene rappresentata come una figura quasi angelica proprio grazie ai suoi connotati naturali ed evidenziati solo gli occhi e la bocca per estrapolarli da una cornice troppo chiara data dai capelli e dalla carnagione. L’acconciatura voluminosa ma lasciata morbida, con delle onde sulla parte alta della testa segna non solo la giovinezza ma anche le condizioni sociali del soggetto.

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Duchessa Josiane

La Duchessa Josiane [in foto] rappresenta la donna agevolata dai privilegi della nobiltà e per cui impreziosita non solo da abbigliamento e gioielli, ma anche curata nel suo aspetto esteriore. La capigliatura piatta sulla testa con una profonda riga centrale si sviluppa poi da metà viso in orizzontale con grappoli di riccioli; essa rispecchiava le tendenze della Gran Bretagna, in quanto da metà ‘600 l’influenza spagnola apportò l’uso di parrucche, ma l’Inghilterra si distinse preservando un’acconciatura morbida composta da riccioli che circondavano il viso e la massa di capelli raccolta sulla nuca.

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Il maquillage estremamente più forte, ad evidenziare una femme fatale consisteva come solito nella bordatura dell’occhio seguita dalla sfumatura che si allungava verso la tempia; le labbra quasi a punta sull’arco di cupido sembrano conferirle un aspetto rigido ma comunque fatto per sottolineare la zona ritenuta di grande sensualità. Come in ogni storia che si rispetti non può mancare un personaggio da scopi malefici. Egli è il buffone di corte che scopre le nobili origini del protagonista rivelandolo alla regina. Il suo aspetto sicuramente poco rassicurante doveva rappresentare un giullare ma allo stesso tempo far capire allo spettatore che le sue intenzioni non erano buone. Elemento fondamentale nella comprensione sono le sopracciglia dritte verso l’alto, usate di solito per raffigurare una figura malefica come il diavolo e un capello sottili, lungo aderente alla testa con un ciuffo a forma di uncino sulla sommità. Il suo volto pesantemente truccato è visibile anche dal confronto con altri personaggi sullo schermo.

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L’uomo che ride (The Man Who Laughs) – Paul Leni (1928)

Fotografia e make up, sono gli elementi cardine del percorso trasversale e dinamico che, sin da giovane, ha segnato l’animo di Antonio Ciaramella. Se le sue origini partenopee gli hanno conferito l’arte del parlare romantico, la sua determinazione l’ha portato ad inseguire costantemente la bellezza.

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